Siamo stati dottorandi e dottorande: Sulle generazioni accademiche e la formazione dottorale

12 Maggio 2026

Questo testo è adattato dal discorso introduttivo tenuto in occasione del PhD Training Day SPEF ed è dedicato alle dottorande, ai dottorandi e ai docenti del Dottorato in Scienze Pedagogiche, dell’Educazione e della Formazione (SPEF).

A volte, il significato della formazione dottorale si rivela nei luoghi più inaspettati. Nel nostro caso, è emerso tra scatoloni di cartone, vecchi libri, atti di convegni dimenticati e decenni di tesi di dottorato.

Alla vigilia del nostro PhD Training Day, dottorande e dottorandi di diverse annualità e docenti della sezione di Pedagogia si sono ritrovati a lavorare insieme a un compito accademico piuttosto insolito: preparare scatoloni. I nostri storici spazi di Beato Pellegrino si stavano preparando alla ristrutturazione e anche noi eravamo stati invitati a partecipare al trasloco.

Non esattamente il lato più glamour della vita accademica.

Eppure, mentre gli scaffali si svuotavano, ha cominciato ad accadere qualcosa di inatteso.

Ogni pochi minuti, uno di noi docenti si fermava.

Saltava fuori una vecchia tesi di dottorato. Un libro riportava alla memoria un dibattito sulla formazione degli insegnanti. Materiali didattici risalenti agli albori delle tecnologie educative apparivano improvvisamente e stranamente contemporanei. I nomi evocavano storie di colleghe e colleghi, supervisori e movimenti intellettuali. Questioni che talvolta immaginiamo nuove rivelavano genealogie molto più lunghe: a quanto pare, discutevamo già di tecnologie e descolarizzazione negli anni Settanta.

Poi abbiamo trovato la tesi di dottorato di uno dei nostri ex Direttori. All’interno c’erano le annotazioni manoscritte del supervisore. Penna su carta. Una relazione intellettuale ancora materialmente presente, decenni dopo, nei margini delle pagine.

 

A un certo punto, una delle dottorande più giovani ci ha guardato e ha detto:

“Quindi… anche voi siete stati dottorandi, una volta.”

Sì.

Lo siamo stati.

Quella semplice frase ha cambiato, per un momento, la relazione tra le persone raccolte intorno agli scatoloni. I docenti non erano più soltanto gli studiosi affermati del presente. Diventavano visibili come giovani ricercatori che, un tempo, avevano affrontato le loro prime domande, le prime bozze e le prime incertezze metodologiche. E le dottorande e i dottorandi non erano più soltanto studiosi all’inizio del proprio percorso. Potevano essere visti come coloro che porteranno la ricerca educativa verso luoghi che oggi non possiamo ancora prevedere.

Forse questo riconoscimento reciproco è una delle dimensioni più preziose della formazione dottorale.

Generazioni intellettuali

La conoscenza accademica attraversa le generazioni, ma non viene mai semplicemente consegnata dall’una all’altra.

Due docenti e un dottorando classificano tesi e libri

Chi intraprende un dottorato non eredita dal proprio supervisore un mondo intellettuale già compiuto. Incontra argomentazioni, metodi, tradizioni, disaccordi e domande ancora aperte. Impara quali strade altri hanno già percorso e, prima o poi, decide dove separarsene.

Ma la relazione funziona anche nella direzione opposta.

Lavorare con giovani ricercatrici e ricercatori costringe continuamente gli studiosi più esperti a confrontarsi con domande che forse avevano smesso di porsi. Le dottorande e i dottorandi portano esperienze diverse, nuove sensibilità intellettuali e modi differenti di comprendere i problemi, capaci di rendere nuovamente strani territori di ricerca ormai familiari.

C’è qualcosa di importante in questo riconoscimento reciproco.

Il giovane ricercatore può apprezzare il cammino intellettuale già percorso senza essere chiamato a riprodurlo. Lo studioso più esperto può riconoscere una promessa intellettuale emergente senza cercare di possederne o controllarne la direzione.

Forse una buona formazione dottorale risiede precisamente in questa tensione: tra eredità e distacco, riconoscimento e autonomia, memoria intellettuale e possibilità di pensare altrimenti.

Questo pensiero ci ha accompagnato al PhD Training Day ospitato dalle colleghe e dai colleghi dell’Università di Trieste, dove dottorande e dottorandi in diverse fasi del proprio percorso hanno incontrato i docenti per discutere progetti di ricerca, questioni metodologiche, idee emergenti e futuri possibili.

Il programma stesso era stato costruito con il coinvolgimento attivo delle dottorande e dei dottorandi attraverso uno steering committee, permettendo ai loro interessi e alle loro preoccupazioni di ricerca di contribuire a definire l’agenda intellettuale della giornata.

E questo conta, perché la formazione dottorale non è una preparazione a un momento futuro nel quale qualcuno diventerà finalmente ricercatore. Le dottorande e i dottorandi stanno già partecipando alla produzione di conoscenza.

Quale ricerca educativa viene dopo?

Guardando ai progetti presentati durante il Training Day, alcune questioni sono emerse ripetutamente: equità e inclusione, identità docente, coinvolgimento delle comunità, trasformazione digitale, benessere, appartenenza, valutazione e speranza.

Questi temi assumono un significato particolare alla luce delle trasformazioni che stanno interessando l’educazione. Negli ultimi due decenni abbiamo assistito a una straordinaria abbondanza tecnologica: piattaforme digitali, connettività pervasiva, infrastrutture di dati, mediazione algoritmica e, oggi, un’intelligenza artificiale in rapidissima espansione.

Eppure, l’abbondanza tecnologica non ha prodotto automaticamente migliori condizioni educative o sociali.

Le disuguaglianze persistono. La polarizzazione politica e sociale cresce. La partecipazione civica diventa fragile. Le istituzioni educative affrontano pressioni crescenti, mentre molti giovani sperimentano incertezza, solitudine, stanchezza e disaffezione.

La ricerca educativa si trova quindi davanti a una domanda impegnativa:

Di quali forme di conoscenza abbiamo bisogno per comprendere l’educazione in queste condizioni?

I progetti presentati durante i PhD Discussions Workshops hanno offerto risposte diverse. Hanno esplorato come i sistemi educativi possano rimanere umani in condizioni di crescente complessità; come le relazioni possano sopravvivere all’accelerazione istituzionale; come l’educazione possa rimanere un progetto etico e pubblico; e come chi fa ricerca possa indagare queste trasformazioni senza ridurle a ciò che è più facilmente misurabile.

Sono domande alle quali nessuna generazione accademica può rispondere al posto della successiva.

Ma le generazioni precedenti possono lasciare tracce: concetti, metodi, errori, argomentazioni, archivi. Domande che rimangono aperte.

E forse, soprattutto, esempi di cosa significhi prendere sul serio il lavoro intellettuale.

Prendersi cura della vita della mente

Luigina Mortari (2013) ha scritto dell’importanza di prendersi cura della vita della mente. Nella formazione dottorale, questa cura assume anche una forma intergenerazionale. Significa prendere la posizione intellettuale emergente di una giovane ricercatrice o di un giovane ricercatore abbastanza sul serio da metterla alla prova. Significa riconoscere un potenziale prima che abbia accumulato pubblicazioni, citazioni o status accademico. Significa offrire a qualcuno l’accesso a una tradizione intellettuale lasciandogli, al tempo stesso, la libertà di interrogarla. E, dall’altra parte, significa imparare a incontrare il lavoro di chi ci ha preceduto non semplicemente come autorità, ma come traiettoria: qualcosa costruito attraverso il tempo, l’incertezza, le scelte e un lavoro intellettuale sostenuto.

Questo diventa particolarmente importante quando la ricerca stessa sta attraversando una profonda trasformazione metodologica.

Chi fa ricerca educativa oggi deve indagare l’apprendimento mediato dall’IA, gli ambienti dataficati, ecosistemi educativi complessi, identità professionali in trasformazione e nuove forme di disuguaglianza e partecipazione. I progetti dottorali presentati durante il Training Day hanno riflesso questa complessità attraverso metodi misti, ricerca partecipativa, analisi multimodale, prospettive ecologiche e approcci basati sulle comunità.

L’innovazione metodologica, tuttavia, richiede anche responsabilità epistemologica.

Il concetto di saperi situati di Donna Haraway (1988) ci ricorda che la conoscenza non emerge mai da uno “sguardo da nessun luogo”. Nasce da posizioni, storie e relazioni particolari.

Ogni generazione di ricercatrici e ricercatori eredita quindi non soltanto conoscenze, ma anche la responsabilità di esaminare come quelle conoscenze siano state prodotte, quali prospettive abbiano reso visibili, quali abbiano escluso e quali domande abbiano lasciato senza risposta.

La formazione dottorale dovrebbe preservare precisamente la possibilità di fare questo o, per dirlo in altri termini, di non riprodurre immutata una tradizione intellettuale, ma di comprenderla abbastanza profondamente da poterla trasformare.

Alla fine, se facciamo riferimento all’idea di “natalità arendtiana” (Arendt, 1998), ogni nuovo arrivato entra in un mondo che già esiste, ma può iniziare qualcosa di nuovo al suo interno. Se un inizio è autenticamente nuovo, non possiamo sapere dove condurrà.

Significa forse che la nuova dottoranda o il nuovo dottorando debba essere lasciato solo dal supervisore e dai dottorandi più esperti?

Le tracce che lasciamo

Gli scatoloni di Beato Pellegrino contenevano tracce di vite intellettuali precedenti: tesi, annotazioni manoscritte, fotografie, libri e dibattiti sull’educazione che un tempo avevano occupato il presente con la stessa intensità con cui le nostre domande occupano il nostro oggi.

Presto quei materiali abiteranno spazi rinnovati. Ma il movimento più interessante non è quello da un edificio all’altro: è quello da una generazione alla successiva.

Il PhD Training Day di Trieste ha rappresentato un altro piccolo momento di questo movimento: ricercatrici e ricercatori più giovani e più esperti che si incontrano attraverso progetti, domande, dubbi metodologici e idee emergenti.

Tornando alla natalità arendtiana, il futuro della ricerca educativa non erediterà semplicemente ciò che le generazioni precedenti hanno costruito.

Lo interrogherà, lo reinterpreterà e, dobbiamo sperarlo, lo supererà. Forse questo è uno dei più grandi privilegi dell’essere educatori e ricercatori: riconoscere in una giovane studiosa o in un giovane studioso la possibilità di percorsi intellettuali che noi stessi non percorreremo mai.

E forse, un giorno, un’altra generazione incontrerà le tracce del lavoro che stiamo sviluppando oggi e si renderà conto, con una certa sorpresa, che anche noi ci trovavamo un tempo all’inizio di domande di cui non potevamo ancora conoscere le risposte.

Scoprire le generazioni che ci hanno preceduto ed entrare in dialogo con le tracce che hanno lasciato e con il presente è forse uno dei modi più potenti per entrare in relazione con il futuro. Immaginarlo, non prescriverlo.

Juliana Raffaghelli

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