ECER 2026: fare ricerca, crescere come comunità di ricerca

26 Agosto 2026

La comunità dei dottorandi SPEF partecipa attivamente alla Conferenza Europea sulla Ricerca Educativa (European Conference on Educational Research, ECER), Tampere, 17–21 agosto 2026

Dal 17 al 21 agosto 2026, un ampio gruppo di dottorandi, ricercatori postdottorato e docenti del Dottorato in Scienze Pedagogiche, dell’Educazione e della Formazione (SPEF) dell’Università di Padova ha partecipato all’ECER 2026 – European Conference on Educational Research, ospitata dall’Università di Tampere in Finlandia.

Con circa 3.600 partecipanti, l’ECER è uno dei più grandi appuntamenti internazionali nel campo della ricerca educativa. Le sue dimensioni sono al tempo stesso straordinarie e, inevitabilmente, impegnative: decine di sessioni parallele, molteplici network di ricerca, workshop, simposi e conversazioni che si svolgono simultaneamente. Nessuno può partecipare a tutto. Forse nessuno dovrebbe nemmeno provarci.

Eppure, proprio all’interno di questa abbondanza, l’ECER ha offerto al nostro gruppo qualcosa di particolarmente prezioso: l’opportunità non semplicemente di presentare ricerca, ma di sperimentare la ricerca come una pratica collettiva e relazionale.

Conoscere e agire in condizioni in trasformazione

Il tema dell’ECER 2026, “Knowing and Acting: The changing conditions and potentials of education research” (“Conoscere e agire: le condizioni e i potenziali in trasformazione della ricerca educativa”), ha invitato la comunità della ricerca educativa a riflettere su come stiano cambiando le condizioni stesse in cui la conoscenza viene prodotta, diffusa e utilizzata.

La conferenza ha messo in primo piano questioni sempre più difficili da separare dalla ricerca educativa: l’espansione degli attori coinvolti nella produzione di conoscenza, la crescente influenza delle tecnologie basate sui dati e degli indicatori numerici, le sfide poste dall’IA generativa e dalle infrastrutture digitali, le pressioni sulla conoscenza accademica e sulla fiducia, e la responsabilità dei ricercatori nel rispondere a crisi sociali, politiche e planetarie interconnesse.

Piuttosto che considerare questi elementi come semplici sfide esterne, il tema dell’ECER ha invitato i ricercatori a riflettere sul proprio ruolo e sulla propria responsabilità. In che modo la ricerca educativa può contribuire al bene pubblico preservando al tempo stesso la criticità e l’autonomia accademica? Come possono incontrarsi forme diverse di conoscenza? E come può la ricerca rimanere attenta al fatto che la conoscenza è sempre situata in storie, luoghi, istituzioni e relazioni particolari? La conferenza ha esplicitamente richiamato a una ricerca educativa che affronti queste domande in modo “contestualmente ricco, creativo e attento” (“contextually rich, creative, and caring manner”).

Tema e programma della conferenza ECER 2026

SPEF all’ECER: molte prospettive di ricerca, una sola comunità

Queste domande si intrecciano strettamente con la pluralità di tradizioni di ricerca rappresentate all’interno di SPEF.

Il gruppo di Padova ha riunito i dottorandi Giorgia Todeschin, Filippo Marcato, Charaf El Bohuali, Annamaria Mattioni, i docenti senior Luca Agostinetto, Emilia Restiglian e Juliana E. Raffaghelli, le ricercatrici Lisa Bugno e Ottavia Trevisan; le ricercatrici postdottorato Francesca Crudele e Annachiara Mastropasqua.

 

Non si trattava semplicemente di supporto reciproco, sebbene anche questo abbia avuto la sua importanza. Abbiamo cercato di partecipare con uno sguardo critico-costruttivo: ascoltando attentamente le argomentazioni reciproche, osservando come i colleghi presentavano il proprio lavoro a un pubblico esterno al nostro immediato ambiente di ricerca, discutendo le domande a posteriori e aiutandoci a vicenda a interpretare i feedback ricevuti.

Una conferenza delle dimensioni dell’ECER può facilmente trasformarsi in un’esperienza intensamente individuale: ognuno segue un proprio percorso personale all’interno di un programma che contiene centinaia di possibilità. Abbiamo invece cercato di rendere almeno una parte di essa un’esperienza intellettuale condivisa.

Il risultato è stato un interessante ribaltamento. L’enorme scala della conferenza, invece di disperderci completamente, ha reso più visibile la piccola comunità che la percorreva insieme.

La ricerca avviene anche tra una sessione e l’altra

E poi c’erano tutti quegli spazi che non compaiono mai in un programma di conferenza.

Camminare insieme per Tampere. Confrontare le proprie impressioni dopo le sessioni. Scoprire che qualcun altro aveva ascoltato un intervento direttamente rilevante per la propria ricerca. Continuare una discussione durante la cena. Festeggiare una presentazione andata particolarmente bene. Aiutare qualcuno a ripensare una domanda difficile ricevuta dal pubblico.

E, naturalmente, mangiare insieme. L’accademia non ha ancora inventato un’infrastruttura di ricerca efficiente quanto alcune persone sedute attorno a un tavolo con del cibo.

Questi momenti contano perché diventare ricercatori non è solo un processo di acquisizione di competenze metodologiche o di produzione di pubblicazioni. Significa anche imparare ad abitare una comunità scientifica: come esporre le proprie idee agli altri, come dissentire in modo costruttivo, come riconoscere il valore del lavoro di un’altra persona e come permettere che il proprio pensiero venga trasformato attraverso il dialogo.

Dal presentare la ricerca al senso di appartenenza ad una comunità che fa ricerca

L’ECER 2026 ha quindi rappresentato, per il gruppo SPEF, molto più di una semplice raccolta di presentazioni individuali.

Ha offerto ai nostri dottorandi l’opportunità di posizionare il proprio lavoro emergente all’interno di conversazioni internazionali più ampie. Ha permesso a ricercatori in fasi diverse della carriera di incontrarsi come interlocutori attorno a problemi condivisi. E ha reso visibile qualcosa che a volte può scomparire sotto scadenze, dataset, revisioni e adempimenti amministrativi: la ricerca è anche una pratica collettiva di apprendimento.

Le comunità scientifiche crescono attraverso la critica, certamente. Ma crescono anche attraverso il riconoscimento, la curiosità, la generosità e il piacere di scoprire che le domande con cui abbiamo lottato sono significative anche per altri.

Forse questo è stato il risultato più importante che abbiamo portato con noi da Tampere.

La gioia di appartenere a una comunità scientifica attiva non ci distrae da una ricerca rigorosa. Rafforza la nostra capacità di svolgere una ricerca significativa.

E, per un programma di dottorato, aiutare i ricercatori emergenti a vivere questo senso di appartenenza potrebbe essere una delle forme di formazione più importanti che possiamo offrire.

Ecco una raccolta di bei momenti

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