Uno sguardo insieme all’insegna dello scambio

8 Maggio 2026

Scritto da Federica Montalto, Gabriela Bravo Vargas, Giorgia Todeschin e Veronica Bettio

Nell’ambito delle attività del Dottorato in Scienze Pedagogiche, dell’Educazione e della Formazione (FISPPA, Università di Padova), il 15 aprile abbiamo avuto il piacere di ospitare Rahaf Al-Atal, ricercatrice nel campo delle Scienze dell’Educazione, impegnata in un programma di ricerca dedicato ai temi di educazione, cultura e identità, con particolare attenzione alla prima infanzia.
Il suo percorso accademico, che include un master svolto nel Regno Unito presso il Dipartimento di Philosophy of Management, si intreccia con prospettive teoriche di grande rilevanza, tra cui la filosofia del processo, le teorie della complessità e l’etica del conoscere relazionale. A partire da questi riferimenti, la sua ricerca propone una visione dell’educazione come ecosistema vivente, in cui dimensioni culturali, identitarie, spaziali ed emotive risultano profondamente interconnesse.

Il cuore della sua riflessione nasce da una domanda che non si lascia facilmente mettere da parte: cosa ci insegnano gli spazi? E siamo davvero in grado di riconoscere quando l’apprendimento sta avvenendo? Attraverso un percorso tra Padova, Venezia, Verona, il Lago di Garda e Reggio Emilia, Rahaf ha esplorato la città non come sfondo neutro, ma come archivio vivente di significati stratificati. Camminare senza una meta, sostare in un caffè, lasciarsi attraversare dal ritmo lento di una piazza: tutto questo, nella sua prospettiva, non è tempo sottratto alla ricerca, ma ricerca stessa.

Questa sensibilità si traduce, sul piano teorico, in un framework originale presentato nella sua nota di ricerca: “Educational Space as Untested Feasibility and Compass Formation”. Ispirandosi a Freire, Merleau-Ponty e Foucault, Rahaf propone di ripensare lo spazio educativo come infrastruttura orientazionale — non un semplice contenitore dell’apprendimento, ma il terreno in cui si forma la capacità degli individui di leggere la complessità, sviluppare agency e navigare le realtà sociali ed ecologiche. L’educazione, in questa visione, non accade dentro lo spazio: accade attraverso di esso.

Particolarmente suggestiva è la distinzione che Rahaf traccia tra “invito” e “imposizione” come due modalità attraverso cui gli ambienti plasmano l’esperienza: alcuni spazi decidono per noi — come muoverci, dove sostare, quanto restare — senza che ce ne rendiamo conto; altri, invece, lasciano margine, aprono possibilità, consentono all’attenzione di posarsi e all’apprendimento di dispiegarsi in modo stratificato. Non si tratta di un’opposizione tra struttura e caos, ma di una differenza nella qualità dell’apertura che lo spazio offre. Questa distinzione risuona profondamente con le domande che attraversano la nostra comunità di dottorato su come progettare ambienti di ricerca e formazione autenticamente dialogici.

La ricerca di Rahaf si radica inoltre in una prospettiva interculturale che arricchisce il dialogo con la tradizione pedagogica occidentale: le tradizioni spaziali islamiche — i cortili come luoghi di transizione e incontro, la progettazione a scala umana, la progressione graduale tra spazio pubblico e privato — vengono rilette come anticipazioni di molte intuizioni contemporanee sull’apprendimento incarnato e sul benessere relazionale. Il tutto converge in un progetto concreto: Belmonte, un centro per l’infanzia in Giordania pensato come laboratorio vivente in cui spazio, pedagogia e pratiche comunitarie co-evolvono. Nato come progetto di ricerca durante il Master in Inghilterra, Belmonte ha ricevuto il riconoscimento del Social Impact Research Award della Judge Business School dell’Universtià di Cambridge.

Quello che ha reso l’incontro particolarmente prezioso non è stato soltanto l’ampiezza dei riferimenti teorici, ma la capacità di Rahaf di muoversi con la stessa fluidità tra il vissuto e il concettuale: le città italiane che ha attraversato sono diventate laboratori di osservazione, e le domande emerse camminando per le calli di Venezia o sostando nelle piazze di Padova si sono trasformate, nel tempo, in categorie analitiche. È questa permeabilità tra esperienza e pensiero — tra ciò che si sente e ciò che si costruisce teoricamente — che ha animato il confronto con la nostra comunità di dottorato, rafforzando il valore della collaborazione internazionale e interdisciplinare.

L’incontro con Rahaf ha incarnato, nella sua stessa forma, i principi al cuore della sua ricerca: quello che si è creato tra noi è stato uno spazio autentico di pensiero condiviso, in cui le domande di ciascuno hanno trovato risonanza in quelle degli altri e in cui il dialogo ha avuto il tempo e la libertà di dispiegarsi con profondità. Ci siamo ritrovate a riflettere insieme su ciò che l’apprendimento richiede per fiorire: presenza, apertura, la capacità di restare con una domanda senza affrettarsi a risolverla. Ringraziamo Rahaf Al-Atal per la generosità intellettuale e per aver portato nella nostra comunità una prospettiva capace di illuminare ciò che spesso resta sullo sfondo: gli ambienti in cui lavoriamo, le relazioni che coltiviamo, le visioni del futuro della formazione che insieme costruiamo.

Come Belmonte non è un punto di arrivo ma un processo in divenire, così questo dialogo non si conclude qui. Auspichiamo di poter continuare a costruire insieme quegli spazi di pensiero che, come ci ha insegnato Rahaf, non si limitano a contenere l’apprendimento, ma lo rendono possibile.

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