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Abitare la supervisione: voci dal primo anno di dottorato

2 Aprile 2026

2012 Master's Project Client Fair

A cura di Simone Visentin

Editor: Juliana Raffaghelli

La supervisione è uno dei luoghi più delicati e generativi dell’esperienza dottorale: qui si intrecciano ricerca, cura, orientamento e progressiva autonomia scientifica.

In un recente incontro con le dottorande del primo anno, il confronto si è sviluppato attorno a vissuti, metafore e desideri di cambiamento, facendo emergere la ricchezza di questa relazione professionale.
Le riflessioni che seguono vogliono offrire al forum del dottorato uno spazio di dialogo aperto su come rendere questa esperienza sempre più significativa e condivisa.

La conoscenza e il confronto sono stati sviluppati attorno a tre quesiti:

Qui di seguito riporto alcuni temi emersi, con l’auspicio che possano contribuire ad uno scambio dialogico sul dottorato stesso.

La Genesi della relazione dottorand*-supervisore

La scelta del supervisore è l’esito di percorsi diversi tra loro: qualcuno ha dato continuità ad una conoscenza maturata durante la laurea magistrale, altre invece hanno individuato il supervisore dopo alcuni colloqui con docenti che avevano un profilo accademico in linea con la propria ricerca.

Nel complesso, dopo alcuni mesi, il riconoscimento reciproco e la comunicazione efficace sono stati identificati come elementi ben presenti nella relazione dottoranda-supervisore.

La discussione è stata guidata chiedendo alle partecipanti di rappresentare il primo incontro col supervisore attraverso una metafora. In questo quadro suggestivo, sono emersi racconti che descrivono l’inizio di un legame professionale in modi unici: c’è chi ha vissuto il primo incontro professionale narrandolo nel verde di un parco; qualcuno ha visualizzato la nascita della relazione come un bulbo di fiori, una promessa di crescita che richiede tempo e pazienza per sbocciare. Un’altra persona ha associato l’inizio a una semplice ma simbolica tazza di caffè, emblema di un dialogo che inizia con calore e informalità. E infine, una partecipante ha scelto di portare una torta al primo colloquio, sottolineando come la cura dell’altro passi anche attraverso piccoli atti di convivialità. Emerge quindi forte l’importanza di “portare se stessi” nella relazione. Creare spazi di dialogo e conoscenza reciproca è necessario per prendersi cura di un legame professionale che deve durare anni.

Navigare tra le Complessità: Distanza e Supporto Burocratico

Il percorso non è privo di complessità: parte della relazione avviene via zoom, anche a causa della distanza geografica e delle agende sature dei docenti. Sebbene la tecnologia accorci le distanze, è emersa con forza la necessità di momenti di incontro in presenza per consolidare il supporto al progetto di ricerca.

Un punto di particolare attenzione riguarda le difficoltà organizzative e burocratiche, specialmente quelle legate alla programmazione dei periodi di ricerca all’estero: aspetti che possono generare uno stato di incertezza. Per questo motivo, il gruppo di lavoro ha deciso di portare queste questioni all’attenzione del coordinamento e del direttivo, affinché si possano trovare soluzioni sistemiche per facilitare i percorsi internazionali di ciascuno.

Verso un Modello di Supervisione Collettiva e Proattiva

Dalla discussione sono nate alcune proposte da rilanciare in tutti gli spazi che condividiamo in questa scuola di dottorato come stimolo per tutti:

L’invito rivolto alle dottorande -ma anche all’intera comunità SPEF- è quello di essere proattive: non aspettare che i supervisori facciano proposte, ma prendere l’iniziativa. A tal proposito, è stata ricordata la possibilità di utilizzare il ‘supervision toolkit’ (uno strumento autovalutativo presente nella nostra area di lavoro e formazione online) per attivare un confronto sulla relazione dottorand*-supervisore. Un modo concreto che può incentivare una programmazione regolare degli incontri, garantendo una continuità essenziale al buon andamento dell’esperienza di dottorato.

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